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Francesca Canepa 🌓

il mio blog...

Pezzi di storia#1 UTMB 2012...


Vorrei spiegarvi il mio modo di misurare il tempo. Quando, nel '99 mi sono rotta l'astragalo in dicembre e avevo i campionati italiani assoluti di snowboard in febbraio, mi hanno dato un mese di stop completo. Allora io, per non andare fuori di testa volevo una misura tangibile del trascorrere dei giorni. Così ho preso un cesto pieno di mele e ne ho mangiata solo una al giorno. La diminuzione del mucchio era la mia clessidra.
Sono passati un po' di anni e di situazioni. Eppure una sera di queste ultime settimane mi sono accorta che stavo facendo lo stesso lavoro con le pillole di vitamine: l'ultima settimana...ogni pillola mi avvicinava al grande giorno.
L'intervista per Gazzetta Matin mi ha messa davanti al fatto che ormai c'ero dentro, il gioco era partito. Mi hanno chiesto il mio pronostico, il primo momento difficile. Sono stata onesta, stavo alla grande, mi sarebbe piaciuto il podio. Ma ok anche per le prime 5.
Il problema di queste dichiarazioni però, sta nel fatto che a me piace mantenere ciò che dico, e adesso l'avevo detto forte. Adesso dovevo riuscirci.
Ricordo nitidamente la mattina di giovedì, quando, raccolte le cose da portare a chamonix sono uscita di casa dicendo ok, ormai ci siamo. Pensavo più o meno cose tipo che quella era l'ultima volta che vedevo la casa.
La casa l'ho rivista la sera, il venerdì però è arrivato, e da quel momento si faceva sul serio.
Parte la CCC, intensa e commovente come al solito, con gl'inni e tutto il resto. L'anno scorso ero lì sul palco a fare in bocca al lupo ai concorrenti dopo il grandioso risultato alla TDS. Adesso dovevo aspettare. Li ho invidiati tutti, pensavo "adesso loro se la levano sta cosa e sono a posto, quando saranno oltre la metà io invece dovrò ancora partire". Altra intervista, ripeto il pronostico ma mi accorgo che le mia fiducia è inversamente proporzionale all'avvicinarsi dello start. Andiamo bene.
Ore 11.35 si parte per Chamonix. La macchina: Renato, Luca, io. E un mucchio di bagagli, non si vede fuori. Almeno in questo mi sento come alla LUT.
Arrivati a quello che poi chiameremo il "bivacco" scopriamo che manca la luce e quindi non si può scaldare il pranzetto. Mancano anche le posate. Ma noi siamo alla mano, Luca mangia con il coltellino svizzero, io mangio con l'unica forchetta della casa. Renato non ha il problema perché è in riunione essendo direttore di corsa.
Torna con il profilo della nuova gara, mi rendo conto che non riesco a valutarlo, non ci sono più con il cervello, sembra scorrevolissimo, le americane e Lizzy mi faranno a pezzi. Sono spacciata.
Renato compone lo zaino con la precisione di sempre, io prendo stilnox con i risultati di sempre. Nulli. Un dormiveglia mi accompagna fino alle 5.30, ora della merenda, che io interpreto più o meno come l'ultima cena.
Ore 6: si lascia il bivacco.

Pezzi di storia#2 UTMB 2012... la gara

UN'OPPORTUNITA'...
E finalmente eccomi sotto l'arco di partenza. Troppa gente, troppe top runners. Non è che mi senta tanto a mio agio e spero solo che ci buttino fuori al più presto.
Come previsto partono a fuoco e io entro il terzo km ho già perso il bottiglino con il succo di mirtillo. Raccoglierlo mi fa perdere diverse posizioni, per non parlare del correre poi tenendolo in mano. Vedo un mucchio di ragazze davanti a me, si fa un po' il gatto e il topo ma il topo sono sempre io.
LES HOUCHES 1: arriviamo al ristoro, non si ferma nessuno. C'è una scala da cui inizia la salita, qualcuno dice che sono passate le prime 7 donne. Non ci siamo. Però la salita mi aiuta, comincia finalmente la mia gara. Supero.
Riconosco Fernanda Maciel, Nerea Martinez, quella che poi scoprirò essere Emma Roca, Corinne Favre, un'altra mai vista. Perdo il conto in realtà, perché inizio a sentirmi bene e allora non me ne curo più, penso che adesso mi posso mettere tranquilla e andare.
ST GERVAIS: entro nel paese con lo speaker che dice "voilà la deuxième femme!!!". Pelle d'oca. Sono io. Wow. Facciamo il ristoro velocissimi, Renato riempie il cammello e io prendo 2 gel. Riparto per il pezzo di saliscendi. Lo temevo quel pezzo, invece mi piace da pazzi. Non forzo mai però supero un mucchio di uomini, incoraggiante.
CONTAMINES 1: Altro ristoro rapido, via per il pezzo che conosco fino a La Balme. Da lì sarà l'ignoto. Arrivo nella salita romana coi pietroni. Nella Ricognizione con Renato è stata una lamentela continua (mia) questo pezzo, invece stavolta volo. Supero Marco Zarantonello che nota la mia facilità, supero anche molti altri. Vado sempre meglio. Arrivata all'ignoto inizia la neve, e la nebbia, e le pietre scivolose, ma tutto sommato mi accorgo che mi sto proprio godendo la situazione, sto alla grande, mi diverto. Questa sarà l'unica frazione in cui io e Lizzy abbiamo lo stesso tempo di percorrenza.
CONTAMINES 2: Inizio ad avere voglia di mangiare qualcosa, ma arrivata al ristoro mi concentro sul ricordarmi di chiedere un telefono, infatti ho perso il mio. Luca mi butta il suo nella tasca del cammello, quindi il telefono obbligatorio è di nuovo presente ma resta inaccessibile. Riparto da Contamines senza aver mangiato nulla e con il chiodo fisso di non poter avvertire Renato che ne ho bisogno. Affronto la tratta coi soliti 2 gel, risultato: crisi prima di Bellevue. Cazzo. A Bellevue comunque c'è un mini ristoro, trovo Daniele Fornoni, in crisi come me, e una barretta che mi permetterà di fare la discesa e rientrare a Les Houches. La discesa è solo fango, on glisse...
LES HOUCHES 2: stessa solita storia...ristoro rapido, niente da mangiare, 2 gel presi. Tanto secondo i miei calcoli impeccabili devo fare 20 km circa per Argentières e cosa saranno mai...2 ore e 30 e sono là...
Trovo la macchina di Rai 3 che mi segue, sembra anche simpatico. Solo che Emma Roca è a 5 minuti. In pratica attaccata al mio zaino. Non ci siamo. Cerco di cambiare ritmo, ci riesco, però è dispendioso. Giù il primo gel.
Ancora avanti, si sente il parterre dell'arrivo, sono sopra Chamonix, una di quelle situazioni che odio più o meno quanto il grasso del prosciutto. Giù il secondo gel, tanto mancheranno 8 km ad Argentieres se da là a Chamonix ne mancano 8. E invece no.
Ci fanno salire, poi scendere, poi salire, poi scendere, poi c'è un mini ristoro che ignoro perché sempre secondo i miei precisi calcoli ormai sono lì. Ed ecco una salita bella simpatica, lunga, diritta e inattesa. Il cervello mi esplode, il corpo si ribella. I gel sono finiti, l'acqua quasi. Cazzo. E chissà dov'è Emma.
C'è un ponte di legno, cado ogni volta sui ponti di legno, ma stavolta non mi farò fregare. Mi attacco al corrimano e così invece che cadere come al solito più o meno in assetto, cado di fianco e salto pure fuori dal ponte. Un male da piangere. Piango. Poi vado avanti, voglio solo sapere dove cazzo è sto ristoro. Inizio veramente ad essere insofferente. Appare un cartello. Argentières 35 minuti. E vai, penso 15 minuti e sono lì, in fondo li calcolano sugli escursionisti questi tempi.
E invece no, poco più avanti trovo il medesimo cartello ma con una bella fettuccina che sbarra l'accesso. Dobbiamo andare a Trelechamp noi, se no era troppo facile e divertente. Vorrei morire.
L'apoteosi la raggiungo quando finalmente si scende, capisco che il ristoro è a pochi minuti e però sento una voce femminile alle spalle. Processo rapidamente l'informazione, pervenendo a concludere che 1: non ho superato manco una donna della ccc (perché da qui in poi il percorso sarà comune alle due gare) 2: ho sentito le solite campane poco dopo il mio attraversamento della strada. Deve essere Emma.
Renato: appare Renato molto concitato. Mi dice che non c'è tempo per il ristoro, Emma mi sta prendendo. Mi dà un bottiglino e un gel. Mi viene da piangere. Sogno il dannato ristoro da oltre 3 ore e 30 credo, e adesso lo attraverso e basta e ho questa alle costole. E sono a pezzi, ho malissimo a un ginocchio e nessuna energia. Renato mi dice di non farmi prendere. Io penso che avrei firmato per un podio e che il 3 posto sarebbe sempre podio.
IL DECLICK: in pochi metri, immersa in uno stress acuto allo stato puro, riesco inaspettatamente a ragionare. Così mi rendo conto che questa gara è stata una grandissima opportunità che il destino ha messo sulla mia strada. Hanno cambiato il percorso, rendendolo di fatto molto più scorrevole e questo sulla carta di certo non mi favoriva. Sono partita temendo il peggio, convinta che le americane, abituate a tracciati più veloci mi avrebbero mangiata, e probabilmente non solo loro. E invece sono qui, con solo Liz davanti e tutte le altre dietro. Sento di avere il dovere con me stessa di non perdere questa opportunità. La mia storia la scrivo io, e non cederò senza prima aver lottato. Se mi prenderà lo accetterò, ma dovrò almeno aver lottato.
Si cambia marcia. Mobilito ogni risorsa residua, aggredisco ogni discesa perché capisco che sono gli unici punti in cui non sono io a dover spingere e quindi, limitandomi a frenare il meno possibile, mi faccio portare. Nei piani serve tutta la mi volontà, ogni energia, ogni pensiero positivo. Ho messo in campo tutto in quegli ultimi 8 km e finalmente vedo Renato che mi aspetta all'ingresso di Chamonix. Mi sembra commosso, mi dice "questa è la tua olimpiade". Io gli chiedo di guardare dietro, deve cercare Emma. Niente Emma. Forse è fatta.
Chamonix. Percorro la via principale ancora un po' preoccupata che possa arrivare, ma no, non arriverà.
In questo tratto, 8 km senza niente nello stomaco, ho corso 5 minuti più veloce di Lizzy.
Ho scritto la mia storia.
Taglio il traguardo con Matteo e Tobia e la musica di Vangelis è per noi.
E ADESSO? Adesso mi trovo in cima al mondo, è così che chiamano questa gara. SOMMET MONDIAL DE LA COURSE EN MONTAGNE. Hanno cambiato il tracciato, è vero, non abbiamo fatto il giro del Monte Bianco. Ma io ho fatto il giro di me stessa per arrivare qui. Ho affrontato ogni dubbio, ogni paura, ho scandagliato tutto il ventaglio delle emozioni, ho preso coscienza delle mie possibilità e dei miei limiti. E' qualcosa di grande.
Hanno cambiato il percorso ma non il parterre di top runners. C'erano tutte, sono partite tutte.
Hanno cambiato il percorso e mi hanno offerto un'opportunità ancora più importante per esprimere me stessa, portandomi ad affrontare l'ignoto uscendone bene.
All'inizio di questa stagione ho percepito che questa gara era un po' il sogno di tutti, è la gara iconica. E quando abbiamo iniziato a pensarci, io e Renato, ho deciso che avrei fatto il possibile per far vivere il sogno a tutti quelli che credevano in me.
La cosa che volevo sopra ogni altra era poter regalare un podio a tutti loro.
Ho letto l'orgoglio negli occhi di Renato all'arrivo, alla premiazione, durante la conferenza stampa e durante tutte le interviste. Interviste in italiano, in francese, in inglese. Tutti vogliono sempre sapere qual'è il "segreto".
Nessun segreto, l'ho già detto molte volte e molte lo ripeterò ancora.
Il segreto siamo noi. Il nostro team di 2 persone che ci credono.
Un podio per Matteo e Tobia e per i miei genitori.
Un podio per Renato.
Un podio per tutti quelli che magari qualche volta si sono arresi e che magari in futuro non si arrenderanno più.
Grazie.

Pezzi di storia#3 TOR DES GEANTS 2012

Questa gara era inserita nei miei programmi perché è la gara Regina della Valle d'Aosta e visto che la Valle ha creduto in me, mi pareva giusto onorare almeno la partenza. Mi pareva giusto esserci. Su tutto il resto ho sempre avvertito il peso di un grande punto interrogativo.
Chi ha mai fatto 330 km tutti in fila? Non io.
Certo, quando ho visto che l'UTMB non sembrava aver lasciato grossi strascichi di fatica sul mio corpo un pensierino l'ho fatto a questa gara....che tradotto significava: PROVIAMOCI Mio fratello ha fatto i trofei per il podio e ne ha portato uno a casa per farlo vedere ai miei: ne ha preso uno a caso. Era quello della PRIMA CLASSIFICATA. Ovviamente gli ho chiesto se non poteva, invece che pescarne uno a caso, sceglierlo ed evitare almeno quello. Abbiamo fatto l'ultima cena con il trofeo che ci guardava dal tavolo della tele. Quando poi è uscito da casa nostra per tornarsene insieme agli altri ho pensato: questa è casa tua, ti ci riporterò io. Aspettami.
9 SETTEMBRE 2012
PARTENZA...
Io sono sempre fedele a me stessa. E' un punto fermo. Infatti, quando Renato è venuto a prendermi per portarmi in partenza c'era ancora da preparare il cammello, e quando ci abbiamo buttato dentro il glucosio, quello ha pensato bene di pisciarne fuori una discreta quantità. Forse perdeva. Forse era quello con i problemi alla guarnizione. Renato mi ha chiesto se l'avessi provato. Non ha ancora capito che non ha senso farmi queste domande. L'ho preso a caso nel mucchio. Sono fedele a me stessa. Splendido. Partiamo così, in fondo sembra aver smesso di pisciare...
Quando arrivo sotto l'arco di partenza succede che vedo Catherine Poletti che mi fa un gesto d'incoraggiamento che interpreto più o meno come "sono con te". Mi tocca molto, mi fa piacere. Vedo L'emozione di Renato, mi sento intimidita da tutta la situazione, è tutto troppo grande, e la gara troppo lunga.
Si parte.
Il male al ginocchio che mi porto dietro dall'UTMB è sempre lì, sempre forte, durante la discesa verso Dolonne, penso che mi ritirerò a La Thuile.
Eppure Max mi ha detto che sarebbe passato...
MAX: Max è una persona particolarissima che Renato ha portato a casa mia sabato per sistemare il problema del ginocchio. Mi ha fatto dei movimenti, ha ascoltato il mio corpo e ha riscritto il "programma". Dice che dovrebbe andare a posto, che potrei avere delle reazioni inaspettate, forse di fatica, ma forse anche positive.
Ho portato Max con me per tutta la gara, l'ho ringraziato mille volte col pensiero. Non mi sono ritirata a La Thuile perché il male non c'era più. Sparito. Incredibile.
Alla Thuile trovo Ilaria: non avrò mai parole per ringraziarla per il supporto, ha ascoltato le mie lamentele, ha cercato di ricentrare i miei pensieri sul fatto che ero al 17° km e forse era presto per decretare che tutte avevano più endurance di me.
La gara prosegue, un passo alla volta, un piede dopo l'altro. A Planaval trovo il TEAM al completo. I miei sull'incrocio con l'asfalto, Renato pronto ad attivare il "mio" ristoro, e inaspettatamente, più avanti salta fuori anche mio fratello. Forse voleva verificare le probabilità che il trofeo facesse ritorno
Tra Planaval e Valgrisa supero Lisa e passo seconda, già meglio ma non basta per calmarmi
BASE VITA 1: VALGRISA
A Valgrisa inizia la mia gara. 50° km, facciamo uno stop rapido ed esco dal ristoro per prima. Ok sono davanti, ora posso scrivere la mia storia, ora sta a me. Il pezzo fino a Rhemes mi è piaciuto abbastanza, poi lì è ricomparso mio fratello ad aiutarmi con il ristoro. Esco ed è di nuovo buio, silenzio, chilometri.
BASE VITA 2: COGNE
Arrivo a Cogne verso le 7 mi pare, dopo aver preso 4 storte in meno di un'ora prima di arrivare a Valnontey. Ero parecchio nervosa, Renato ha cercato di calmarmi, inoltre aveva le brioches... Fermarmi ora che sono davanti? Non se ne parla, ma poi mi lascio convincere. Sulle brande della base provo a rilassarmi, difficile, rimango sdraiata un'ora e poi decidiamo di ripartire. E via verso il Sogno. Questa era l'unica tratta che conoscevo, e mi è piaciuta una cifra. Mi sono ripresa. A Chardonney c'erano di nuovo i miei, avevano mobilitato tutti i volontari del ristoro, un'accoglienza fantastica. Questo ristoro ha creato un "precedente": infatti, avendo apprezzato così tanto la situazione, mi sono accorta che da lì in poi ho iniziato a prolungare le soste "conviviali" per un tempo assurdo. Ma era fantastico, un piccolo premio.
BBASE VITA 3: DONNAZ
Arrivo qui dopo essere caduta inciampando nei bastoni, un male d'inferno, la gamba destra quasi inservibile. Però Renato si è presentato con un ghiacciolo, e questa sorpresa meravigliosa ha facilitato gli ultimi metri prima dell'ingresso alla base. Di dormire qui non se ne parla perché è presto, credo intorno alle 4 del pomeriggio e perché (gamba a parte) mi sento bene e allora via con il ristoro del team (insalata di riso e carote) mentre Renato mi sistema i piedi e verifica che beva tutto il necessario, ovvero vitamine varie che iniziavo già a non sopportare più.
La gamba fa un male d'inferno, ma per fortuna c'è da salire e basta e allora si può fare. Renato ha deciso di accompagnarmi al Coda e così questo tratto esigente passa un po' meglio. Al Coda si può dormire solo per 2 ore, e allora vada per le 2 ore. La mia prima "dormita": assaporata alla grande, seguita però da qualche piccolo problema di rimessa in moto. Ma in effetti è servita, sono ripartita in forma. Fino a Niel però...l'inferno. E allora va da sé che a Niel si fa il ristoro "conviviale": credo di esserci stata quasi un'ora, perché erano gentili, mi hanno offerto uno strudel, mi sembrava fantastico. Poi ho pensato che forse era comunque il caso di andare, in fondo ero in gara... e allora via verso Gressoney.
BASE VITA 4: GRESSONEY
Prima doccia. Certo che in queste situazioni uno impara a dare un peso tutto particolare alle piccole cose. Una doccia sembrava una magia. Poi Renato mi ha trovato un fisioterapista bravissimo: dopo quasi un'ora di trattamenti vari mi ha rimessa in condizione, ha detto che la gamba funzionava solo al 50%, senza di lui probabilmente sarebbe peggiorata ulteriormente. Dopo il super pranzone stavolta del cuoco della base, si riparte, direzione Valtournenche.
BASE VITA 5: VALTOURNENCHE
Arrivare a questa base è stato denso di emozioni e avvenimenti. Primo fra tutti la scoperta che con oltre 200 km nei prosciutti si riesce ancora a fare il miglior tempo parziale assoluto. Incredibile vedere le risorse che il corpo tiene nascoste. Forse lo fa per evitare che a quelli come me venga in mente di sfruttarle...Va bè, arrivata alla base cerco di dormire un paio d'ore ma è difficilissimo stavolta. Per non parlare del risveglio. Renato ha perso la pazienza verso la decima volta in cui mi chiedeva cosa volessi mettermi e io gli rispondevo che non vedevo perché dovessi mettermi qualcosa. In pratica deliravo, non riuscivo a capire perché fossi lì e che diavolo volesse da me lui con la sua fretta. Quando finalmente mi sono vestita ero convinta di essere a Cogne. Impeccabile.
BASE VITA 6: OLLOMONT
Ecco una base che ho vissuto con difficoltà: il motivo è molto semplice, ho cenato attaccata a un termosifone, c'erano i bambini con Giovanni, i miei genitori, il cane, fuori imbruniva e restava l'ultimo tratto. Voglia di uscire? ZERO ASSOLUTO. Ma ok, si riparte, così è il gioco. Salutare tutti è stato difficilissimo, loro stavano per andare a cena. A cena!!!! Li ho odiati. Io dovevo spararmi un'altra notte in giro e loro andavano al ristorante e poi a dormire. Certe cose è meglio non saperle.
La notte è partita male ed è andata peggiorando. A St. Rémy mi sarei buttata sotto un camion piuttosto che ripartire. Ci sarà la neve e Renato riparte con me. Il delirio del Frassati che non riuscivamo a raggiungere in nessun modo, la resa, il ritorno alla stalla per aspettare l'alba insieme agli altri compagni di disavventura. Non mi ero mai persa in montagna e so, sono certa, che se in quel momento non avessi avuto Renato vicino sarei morta sul posto per il freddo e perché non avevo la minima idea di cosa fare. Nella stalla abbiamo tremato fino all'alba, con le scarpe nel forno e una coperta in 5. Grazie a Fulvio e alla sua famiglia per l'ospitalità e per il caffè. Poi finalmente il Frassati. L'elicottero, le guide. Il MALATRA' con la neve... stupendo, un panorama da favola e poi giù verso Courmayeur, verso casa.
COURMAYEUR.
Il trofeo sarebbe tornato.
Dopo il riassunto delle basi vita, arriva l'ondata di emozioni: posso parlare solo di quelle, non posso invece fare resoconti su cos'ho visto. Solo verso Ollomont mi è venuto in mente che in fondo se il nome della gara è Tor Des Géants, forse avrei dovuto vedere che so, il Paradiso, il Rosa, il Cervino. Non ne ho visto manco uno. Però il Bianco mi ha aspettata, da lui sono tornata: il giornalista giapponese mi ha chiesto "where are you from?" e io ho risposto "from Courmayeur, I wanna go home".
Piccoli stralci di piccole conversazioni.
Tanta gente mi ha chiesto se ho faticato molto, se ho avuto momenti duri. In primis, a caldo, è vero che mi è sembrato di non averne avuti di momenti difficili. Poi pensandoci bene il Loson senza frontale non è stato il top del divertimento. Diciamo che non tornerei in gita di piacere sulla tratta Donnaz-Niel, quella è veramente un delirio. Perdersi sul Malatrà cercando il rifugio Frassati è un'esperienza che, a quel punto della gara avrei evitato volentieri. Come pure il momento in cui mi sono inciampata nei bastoni di Luana da 120 Euro e mi sono fracassata il quadricipite.
Però è vero che alla fine della fiera, ciò che ho portato con me come ricordo indelebile non sono stati questi momenti, che comunque credo, in una faccenda di questa portata, sono pure pochi, brevi e circoscritti.
Porto con me il ricordo della signora che mi rincorre al Crest per darmi il portafortuna: ero in un momento complicato, Renato mi aveva detto che la seconda era a circa 4 ore e 30 e questo per me significava averla alle costole. Il portafortuna l'ho preso come un segno, l'ho appeso allo zaino e ho ricominciato a correre come fossi stata al 20° km di una mezza maratona. In quella tratta ho fatto un tempo da paura.
Porto con me il ragazzo che mi ha accompagnata dal Tournalin fino allo scollinamento verso Valtournenche: mi ha fatto compagnia e ha reso leggero e piacevole quel tratto. Prima di lui, pensandoci bene, ci sono state le ragazze che mi hanno scortata verso Gressoney, c'è stato Aurelio che mi ha detto "forza, sei il nostro alfiere", c'è stata la signora che mi ha applaudita dalla sua sedia nel mezzo di non so che paesino.
Altri mi chiedono dell'alimentazione, come l'abbiamo gestita: bè, facile, qui entra in scena il team. Ricordo come fosse ieri il momento in cui, tabelle di Renato alla mano, cercavo di scrivere le istruzioni alimentari per mia mamma. Polpette qua, riso là, pizza laggiù...in pratica dovevo cercare di stilare il menu richiesto, solo che in quel momento in me prevalevano il dubbio e la sfiducia. Quindi dopo un paio di indicazioni sulle polpette ho smesso il lavoro dicendo che avremmo valutato di volta in volta via via che, miracolosamente e inaspettatamente, ci fossi poi arrivata davvero alle varie basi.
E così è stato, crocchette di riso a Valgrisa, brioches per colazione a Cogne, polpette a Chardonney, insalata di riso a Donnaz, pasta con tonno del cuoco di Gressoney nella suddetta base, riso in bianco a Valtournenche, 5 pezzi di pizza a Oyace....cose così, coccole, piccole attenzioni.
Ho detto alla prima intervista dopo l'arrivo che secondo me questa non è una gara che si possa vincere da soli, o quantomeno, so che io non potrei. Io ho vinto questa gara insieme e per le persone che mi sono vicine. E per quelle che, pur non conoscendomi, mi hanno incoraggiata e sostenuta dal vivo e sui forum. Per chi ha trovato il tempo di uscire di casa per vedermi passare e per tutti i volontari che si sono impegnati a non farci mancare niente.
Ho vinto questa gara perché sentire un sostegno così forte è stata un'esperienza incredibile e che ha reso tutto molto più leggero.
Tra queste persone c'è Davide che mi ha voluta nel Team EcoDyger e che al momento della premiazione è riuscito ad essere quasi più emozionato di me. Ad inizio stagione senza nemmeno conoscermi, ma solo fidandosi di quello che diceva Renato, ha deciso di darmi un aiuto finanziario, grazie perché sostenere una stagione come questa non è stato facile. Grazie anche a Jerome (manager del team vibram per il quale ho corso tutta la stagione) comparso nella notte sul percorso, una bella sorpresa del tutto inaspettata.
Per quanto riguarda le mie sensazioni fisiche, fatto che presumo interessi a molti, sono rimasta incredula io per prima nel vedere che aveva ragione Renato, questa era davvero una gara per me. Lui l'ha sempre detto, ma come spesso puntualizza, io non credo mai che una macchina mi stia per far secca finché non ci finisco sotto (esempio suo): quindi io, almeno fino a Valgrisa non ero tanto convinta. Però via via era vero, tutto sembrava farsi più leggero, "accettabile" anche mentalmente. Mi stupivo a considerare come mi scassi le palle più rapidamente e facilmente in una 100 km. Qui in realtà ho anche apprezzato alcuni momenti.
Forse era il fatto che in salita mi sforzavo di camminare il più possibile, senza irrompere nella corsa che sarebbe stata troppo onerosa energicamente. O forse è stato il fatto che più andavo avanti, più mi rilassavo in un ritmo confortevole. Poi certo, le discese eterne mi sono piaciute meno e non l'ho trovato molto scorrevole come percorso, però mi ha insegnato molto. Per esempio il tratto da Donnaz mi ha insegnato ad addomesticare terreni più ostici venendone fuori con tutti i pezzi attaccati e senza innervosirmi eccessivamente.
Inoltre, col passare dei chilometri, mi sono messa in "modalità enogastronomica" che in pratica si traduceva in soste parecchio prolungate ai ristori, giusto per il piacere di fare 4 chiacchiere e rimpinzarmi come uno squalo. C'è stato un momento in cui Renato ha più o meno velatamente suggerito di accorciare queste "soste".
Tutto il cinema di giornalisti, cameraman e fotografi è stato qualcosa di inatteso e incredibile, ma ammetto che era diventato un appuntamento piacevole, alla fine ci ho preso talmente la mano che mi dilungavo volentieri, un'altra maniera inedita per me di fare quattro chiacchiere. Al Bonatti in pratica ho fatto un comizio, anche perché c'era l'operatore francese e io adoro le interviste in francese.
E poi c'è il "team del Barmasse", come ho ribattezzato io il gruppo di persone che si è trovato bloccato per via della frana. C'erano i primi 5, c'era il resto del mondo e c'eravamo noi. I 5 del Barmasse. In verità, ognuno ha sempre fatto la sua gara per conto suo, non abbiamo mai fatto dei gran pezzi vicini, però ad ogni sosta obbligata ci ricompattavamo. Sempre noi. Mi è piaciuta questa cosa perché alla fine abbiamo comunque condiviso dei momenti e delle emozioni, dallo stress sul Malatrà all'euforia per l'arrivo. Piccoli momenti. Piccole cose da ricordare. Mi sono sentita a mio agio nel Team del Barmasse, perché sentivo che c'era grande rispetto tra noi, e sento di essere stata vista da loro alla pari, non donna o altre scemenze. Ero una di loro.

13 SETTEMBRE
ARRIVO
E finalmente... l'arrivo. Avevo immaginato molte volte l'arrivo dell'UTMB a Chamonix, e molte volte l'avevo visto al video. Posso dire di aver passato tutti i giorni dell'ultima settimana pre-UTMB guardando quel video.
Questo arrivo invece non l'avevo mai immaginato. Non avevo mai osato spingermi così in là. Ho trovato al Bollino i miei amici ad aspettarmi, erano tutti là, tutti venuti per me.
Una cosa da pelle d'oca.
Avrei voluto avere una parola per ognuno di loro e invece non me n'è uscita nessuna. Questo è un rimpianto.
Al microfono di Silvano la situazione è stata analoga. Troppi pensieri affollati nel cervello e nessuno che sia riuscito a uscire. Così ho detto le solite quattro cose, le cose di rito, compresa anche qualche stronzata.
Ho un'altra occasione: questa.
Ed è di nuovo difficile. Lo è perché riassumere in qualche riga 4 giorni di emozioni non è facile, come non è facile esprimere pienamente la mia riconoscenza per tutti quelli che, ognuno a suo modo, mi sono stati vicino.
Riparto col pensiero a quando, a inizio stagione, l'unico a credere in me era Renato. Nonostante qualcuno mi avesse già data per spacciata, forte forse sì, ma da rottamare, Renato è rimasto accanto a me per costruire letteralmente un passo dopo l'altro, quella che poi si è rivelata una stagione incredibile. E allora che parole potrei mai trovare per esprimere questo adeguatamente? Non ce ne sono, non le trovo.
E come raccontare la concitazione di mamma e papà nei giorni prima della partenza? Impossibile, però lo ricordo bene, è stato fantastico. Mi sentivo un po' a disagio nel vedere che dispiegamento di forze stavo mobilitando per questa faccenda, però era figo. Davvero emozionante, ricordo ogni minuto, sembrava un film.
E i messaggi delle mie amiche durante la gara: mi hanno dato un sacco di forza, è stato tutto magico.E poi ancora tutta la famiglia ad aspettarmi, e tanta gente che è venuta per me e che magari nemmeno conosco.
Allora l'unica cosa che voglio fare è dedicare la mia vittoria a tutti loro, perché senza di loro so per certo che tutto questo non sarebbe successo.

La Vera Felicità

Lo so che volete sapere della gara. Ma la foto a destra, pur nei limiti qualitativi dati dalla situazione, secondo me è una delle più belle che ho. Abbiamo ”combattuto”, per così dire, perché eravamo in gara, ma principalmente siamo sopravvissute, quindi quando Meredith è arrivata le ho detto di sedersi qui con me.

Prima di tutto, eravamo vive 😝😝.

Discuto spesso con Renato per la faccenda delle gare tecniche. Lui mi imputa la fastidiosa abitudine di dire sempre che l'ultima gara che ho fatto è la più tecnica della vita. Tradotto, non ci crede.

Qui però ho dalla mia TESTIMONI OCULARI. Gente che c'era. Ha visto.

Partenza serena, 12 amabili km di poderale. La situazione è sotto controllo e sto bene. Dopo CP 1 Michel in persona mi aveva avvisata che avremmo iniziato a mettere le mani sulla roccia. Ha sorvolato sui piedi nell'acqua, ma nel complesso della cosa direi che è decisamente marginale. Meredith passa. Penso che potrei ritirarmi, perché la velocità a cui scompare non depone a favore di una mia grande prestazione. Eppure mi sentivo bene cazzo. è che faccio schifo in questi tratti, non lo scopro ora, ma tant'è. Poi attacca una salita muscolare e BAM, le mie cellule striate si ricordano perché siamo qui e con una sorprendente propulsione mi portano a superare gente, tra cui lei. CP 2: attacca un'altra salita, su poderale ripidissima. Mi sembra assurdo sprecare un'occasione e quindi corro. Costa meno che camminare, rende di più, corro. Potrei dovermene pentire, penso. Corro, che non si sa mai cosa riserva il futuro. In breve lo scopro. Fine delle poderali. Il resto sarà tutto, solo e sempre, o roccia verticale, o roccia al posto del pavimento, o sentieri di roccia e pietre. Il cervello non può mai riposare, devi restare sul pezzo o ci sono grandi possibilità di farsi fuori. Il corpo non può mai rilassarsi, solo cambiare ritmo ( e tipicamente da lento a lentissimo) e darci dentro fino alla morte perché o sali o scendi e non si sa cosa sia peggio. I km scorrono (lentamente, va da sè) e mi trovo insieme a un tedesco. In un muro di salita mi chiede come mi alleno. Spiego che corro il meno possibile, non arrivo a 20 km settimanali ma faccio lavori di forza e anche bici da spinning in casa. Sembra sorpreso ma riconosce che è sicuramente un buon sistema per evitare infortuni. Andiamo avanti, nella discesa tecnica successiva io vado come un tasso, lui passa e io trovo Matteo, che da lì in poi condividerà con me la faccenda. è bello trovarsi con uno che ogni volta che vede una nuova salita dove ti aspettavi, se non di scendere facile almeno di scendere, e se non di scendere almeno non un altro muro, impreca come te. In un attacco di paranoia mi viene l'idea di chiamare Renato per avere i distacchi aggiornati e scopriamo così di essere in 11 e 12 posizione, cosa che ci ha sollevato il morale, anche se non abbastanza da farci dimenticare ciò che ci aspettava.

Il MURO. Una parete letteralmente di roccia di circa MILLE , capitemi bene, MILLE metri verticali. Da spararsi. Per arrivare al muro, capitemi bene, MILLEDUECENTO negativi, su poderale ripida. Ho pensato: se non faccio il distacco qua, che è l'unico tratto a me realmente favorevole, non lo faccio più. E così attacco giù, fracassandomi definitivamente i quadricipiti nell'intento di mettere più minuti possibili tra me e Mere. Intanto trovo Oliviero, che sta facendo la 170 ed è un dono del signore perché mi dà una barretta diversa dalle cose che avevo io e che non potevo più tollerare. E mi fa compagnia per un po', perché Matteo nella discesa si è tenuto conservativo. CP 12. Attacco il muro. Decido di procedere in stile himalayano, come fossi a 80000m, un passo lentissimo dopo l'altro, basta avanzare. Funziona relativamente, il più delle volte barcollo, e penso che se cado ci rimango, 1000m più sotto 😬 😬 . Nel dubbio inserisco vari tratti di reale arrampicata, almeno mi sento attaccata alla roccia, e alle merde di capra, ma chissenefrega delle mani nelle merde di capra, i problemi sono altri.

Per esempio il fatto che, quando finalmente usciamo dalla parete, con Matteo che mi ha raggiunto, ci indicano una nuova salita.

Ripartiamo certi e persuasi che non può durare, deve essere l'ultima. Non lo è. Un inglese che si è unito a noi al ristoro solleva un dubbio. Forse siamo sulla 170 😱😱😱???? Ragiono.

Non può essere. è tutto coerente fino ad ora, per scrupolo guardo anche la foto del profilo che nella sua infinita previdenza mi ha mandato Valentina. Secondo me siamo giusti. Matteo vuole proseguire, io anche, ma l'inglese ha chiamato il numero del soccorso per domandare. Passano i minuti. 50 per la precisione, prima che da dietro arrivi uno come noi, della 130, ragionevolmente convinto di essere giusto.

Abbiamo perso 50', siamo congelati, furiosi come caimani per aver fatto sto casino e ripartiamo. Ancora su. Altri 400m.

In sintesi, perché sono certa che non ne potrete più manco voi: arriviamo al CP, prendiamo acqua e attacchiamo giù perché vogliamo solo finirla, cosa saranno mai 12 km.

😱😱😱😱😱😱😱 Saranno solo e semplicemente 12 km TUTTI di pietre. Ogni cellula vivente del mio corpo ogni curva urlava ”fa che adesso ci sia una poderale perché DEVE esserci una cazzo di poderale”. Nella mia testa esiste che gli ultimi km di OGNI gara devono essere facili. Sfortunatamente è un'idea autoctona, presente solo nella mia circoscritta materia grigia, quindi non c'è nessuna poderale e giù sulle pietre del cazzo.

Non voglio pensare a quanti minuti supplementari perdo a ogni passo, perché ogni passo è una storta, una scivolata, una spina che si pianta da qualche parte. Eppure ci penso e mi prende la paranoia perché uno non può buttare una gara con una previsione di tempo per una volta decorosa perchè ha fatto casino e non pago continua a farne perché è sconcentrato. Dov'è il fottuto flow????

😝😝😝deve essere rimasto in cima al muro, cosa ci posso fare, non riesco mai a mantenerlo dall'inizio alla fine ma devo farmene una ragione e continuare a scendere, sperando che basti.

è bastato. 😅ho vinto Oman by UTMB ed è fighissimo, perché UTMB significa tutto e grazie a questa gara sono riuscita in parte a riscattare la delusione del ritiro di Chamonix. E Oman significa una settimana da sogno passata con gli amici Valentina, Matteo, Oliviero e altri ritrovati qui. Significa anche botte dappertutto e grande forza d'animo profusa per portare a termine questa cosa che, perdonatemi, definisco impresa.

Io odio imprese ed eroi auto nominati ma tirare a casa questa gara, non vincerla sia chiaro, solo finirla, è un'impresa.

E io che odio i terreni difficili sono incredula e fiera per esserne venuta fuori. Potevo aspirare a fare sotto le 24 ore senza peccare di presunzione. Ne ho fatte 26.11 mi pare ma potevo anche ritirarmi. O potevo spaccarmi la faccia. O mille altre cose.

26 ore va bene.


     PS: foto 3, IL MURO. Vedete voi 😱😱😱

MA VOI COME RECUPERATE???

Qualche giorno fa ho posto la domanda sulla mia pagina Instagram. Ora la pongo anche a voi 😁felici .

Dunque, secondo me è pertinente, perché scienza alla mano, il recupero è persino più importante dell'allenamento.

Più ALLENANTE, addirittura.

Ora, posto che molti Runners inspiegabilmente non riescono a farsene una ragione e tendono a correre sempre, comunque, sul dolore, sulla stanchezza, contro ogni logica e contro ogni PIACERE, recuperare resta un fatto complesso. Perché è multifattoriale.

Quindi veniamo a me, che sono l'unica di cui posso esaustivamente parlare. Io faccio questo: - riposo sul serio (ovvero a parte portare fuori i bracchi italiani non muovo un'unghia) - mangio: verdure e frutta, proteine di pesce/uova o legumi, pasta o pane Vitamill e torte fatte con la stessa farina - leggo: preferibilmente romanzini leggeri, love story che finiscono bene oppure médical thriller ( sono eclettica in effetti 😁😁) ma preferibilmente in inglese o francese così posso ardire ad inserire la pratica anche nella voce successiva - studio: o le lingue (vedi sopra) o argomenti che riscuotono il mio interesse nel momento dato - vedo le amiche che in altri momenti non ho tempo/modo di vedere

Ecco. Per applicare al massimo il principio dell'equilibrio a me tanto caro, se il corpo riposa il cervello deve darsi da fare, applicandosi a qualcosa che, interessandolo, gli permetta di rigenerarsi. Perché ecco, io ve lo dico. Correre ore e ore e ore e ore e ore nei boschi NON è SEMPRE DIVERTENTE. E io ho bisogno di svago.

Ok. Questa è la mia opinione. Voi???? Ditemi. Dai!!!!😍😍