Francesca Canepa

La Mia Storia

Campioni, si diventa... Forse.

Se hai perseverato abbastanza, se hai avuto la dose di fiducia e autostima necessaria per credere in te nonostante avversità e venti contrari, se da ogni sconfitta hai saputo dimenticare la delusione trattenendo la lezione. Se, probabilmente ancora più importante, hai avuto anche il pizzico di fortuna che serve, il giorno che serve. Il giorno che, solo, può fare la differenza.

Io posso dire di avere avuto due di quei giorni, separati da....ecco, fatemi pensare, qualcosa come circa VENTANNI. Pazzesco.

Sono io stessa senza parole davanti allenormità della cosa, perché senza dubbio non è comune e senza dubbio è meravigliosa, ma il punto da approfondire è un altro.

Campioni, dicevo, si diventa, ma ATLETI secondo me si deve nascere.

Essere atleti è uninclinazione, unattitudine, una predisposizione a servirsi del corpo come modalità principale di espressione e io ho avvertito molto presto lattrazione verso tutto ciò che essere atleti rappresentava.

Ho sempre amato muovere il mio corpo seguendo uno scopo, un obiettivo, unemozione, fin da piccola, fin da subito, fin da quando sono entrata per la prima volta nella Scuola di Danza Luciana Novaro, Corso Venezia, Milano, aula del Maestro Willy Saville.

Ore, ore, ore, giorni, giorni, giorni, anni anni e anni di sbarra a terra, sbarra normale, plié, cambré e tutto quanto senza mai vedere un teatro. Essere atleti significa principalmente avere pazienza e costruire, aspettando il momento giusto senza nemmeno la certezza che arrivi mai, questo giorno, e nel frattempo lavorare su dettagli quasi impercettibili. Non è qualcosa che porti necessariamente a un risultato concreto e appagante nellimmediato, quindi devi essere predisposto. devi essere un mulo, elegante ma un mulo.

Sono entrata nellaula del maestro a 6 anni e ne sono uscita a 10 perché la famiglia aveva deciso di trasferirsi a Courmayeur, dove vivevano i nonni. Nei 5 anni non ho praticamente mai sentito una parola uscire dalla bocca del maestro al di fuori di quelle relative alla danza classica, ma quellultimo giorno lo ricordo bene, per effetto salienza, perché per la prima volta il maestro mi ha presa da parte e mi ha detto una cosa. Quella cosa era "tu hai un fisico da ballerina, hai talento, buona fortuna". Mi ha regalato un foulard viola Fruit of the Loom che ho ancora con me.

A Courmayeur capitalizzare linvestimento motorio di 5 anni di danza classica non è stato immediato, a Courmayeur tutti sciavano. Io però volevo usare il corpo come avevo imparato, e io so essere molto cocciuta. E sono da sempre persuasa che il metodo migliore per avere una vita appagante si riassuma più o meno nel concetto "fai quello che ti piace fare".

Quando ho scoperto lesistenza di una pista di pattinaggio, mi è apparso chiaro che il pattinaggio artistico era la mia soluzione.

"Sei vecchia" è stata la prima frase che mi sono sentita dire quando mi sono presentata sul ghiaccio. "sei estremamente dotata" è stata la seconda, che tuttavia, detta così, detta dopo, ha perso molta della sua forza. Io però nasco mulo dicevamo, prima che atleta. Prima che campionessa. E come un mulo, ogni giorno che Dio ha mandato sulla terra nel periodo in cui ho avuto i pattini nella sacca, ho lavorato al progetto. ho costruito il mio sogno, nato un pomeriggio di agosto sul divano di casa dei miei:io volevo andare alla finale Nazionale dei Giochi della Gioventù, le mini Olimpiadi dei ragazzini che avevo visto alla tele. Ho visto la sfilata, quel pomeriggio, dove i mini atleti seguivano un cartello con scritto il nome della propria regione, e la decisione era presa: avrei seguito un cartello con scritto Valle dAosta. E poi, uno con scritto Italia.

Ho sviluppato un mio sistema, a quei tempi: per compensare gli anni di ghiaccio mancanti e le ore di allenamento specifico ridotte allosso, lavoravo da sola sul terrazzo di casa. Cercavo di migliorare lelevazione scomponendo i movimenti, isolando i muscoli che secondo me erano cruciali per il risultato. Home Made training 😉 Giorno dopo giorno i progressi hanno iniziato a farsi vedere e con una medaglia di bronzo Regionale mi sogno guadagnata il posto dietro il cartello Valle dAosta.

Essere vecchi a 12 anni tuttavia non depone a favore di una lunga e rigogliosa carriera, così a 16 anni ho deposto le lame, più che altro per comprovata inettitudine a praticare uno sport solo per laspetto ludico.

Nasco mulo, ma soprattutto, mulo agonista. Serviva una nuova strada.

La complicazione per quelli come me, è che non va bene una strada qualsiasi, serve quellunica capace di portarti laddove vuoi arrivare, nel punto in cui hai appoggiato lasticella. Laltezza della mia era determinata da un lato dalle capacità che sentivo di avere, dallaltro, forse ancora più dominante, dalle emozioni che suscitavano in me le biografie di atleti di cui letteralmente mi nutrivo. Leggevo tutto, ascoltavo tutto, memorizzavo ogni singolo passaggio capace di farmi vivere per interposta persona tutta la magia che una vittoria aveva fatto vivere loro.

Nasco mulo, atleta, e mi nutro di emozioni. Non necessariamente le mie. Basta vedere un percorso, magari delle avversità, e poi un trionfo per sentire tutte quelle emozioni altrui pervadere ogni mia cellula facendole desiderare quella stessa situazione.

Le mie fonti di ispirazione principale sono state Deborah Compagnoni, sempre più forte dopo ogni infortunio e Stefania Belmondo, per avere agguantato una medaglia Olimpica dopo la rottura di un bastone. Credo che non dimenticherò mai quelle immagini.

Sono arrivata allo snowboard a 22 anni con sulle spalle la mia vita fino a quel momento e i pezzi migliori di quella di altre atlete che avevo assorbito nel tempo e che in qualche modo contribuivano a completare il mio bagaglio emotivo.

Perché nello sport, iniziavo a capire, le emozioni sono cruciali. Possono spingerti in alto come soffocarti, a seconda della tua capacità nel gestirle ed io non sono sempre stata eccezionale in questo.

Ho buttato molte finali in parallelo, passando da prima in qualifica a quarta, semplicemente per avere anticipato la catastrofe: nella mia testa immaginavo quanto sarei stata delusa dal quarto posto anziché vedermi sul gradino più alto. Demoniacamente arrivavo addirittura a figurare me stessa in macchina, nel viaggio di ritorno, pervasa dallo sconforto per il quarto posto prima ancora di aver preso la motoslitta che mi riportava in partenza. Ne avevo di strada da fare.

Sinteticamente comunque, dal 1994 al 1999 vinco la Coppa Italia di slalom gigante. Siccome ormai ho sposato la filosofia che raccomanda il pensiero positivo e disapprova le "lamentele", non mi soffermerò più sul fatto che il regolamento FISI prevedeva lingresso in nazionale per chi vinceva la Coppa. Da lì, Mondiali, Olimpiadi, vita. Sorvolerò anche sul fatto che non le avevo vinte a punti, ste coppe, avevo vinto tutte le prove. Più, due titoli tricolori. Più lInternational Snowboard Festival.

Voglio però soffermarmi su cosa ho provato io. Senso di impotenza, principalmente. Avevo fatto quanto richiesto e non bastava. La motivazione addotta è stata talmente assurda che non sono mai riuscita ad accettarla, nasco mulo, dicevamo. "sei vecchia". A 25 anni ero di nuovo vecchia, dopo esserlo stata a 12.

Le cose che non accetto hanno da sempre la spiacevole tendenza a girare per secoli tra i miei neuroni causando ogni sorta di disastro, soprattutto nei casi in cui non è possibile alcuna forma di ribellione. Quando qualcosa non funziona, in genere mi sento meglio se posso almeno reagire, ma qui non era possibile. Un muro di gomma. Uno dei concetti che in qualche modo guidano la mia condotta è che "laddove è necessaria una spiegazione, nessuna spiegazione è sufficiente". Era tutto lì sul tavolo, non cera niente da spiegare, avevo fatto quanto richiesto. Ogni parola in più, semplicemente superflua.

Ed ecco che, grazie a quel pizzico di fortuna che è indispensabile per avere lopportunità di passare da atleta a Campione, arriva il primo MIGLIOR GIORNO DELLA MIA VITA: Madonna di Campiglio, Canalone Miramonti, il muro della Coppa del Mondo. La Gazzetta dello sport organizza un evento internazionale a cui partecipano le 15 migliori al mondo. E poi io.

Nevica. La pista è ripida come piace a me, la neve è difficile e mi piace anche questo, solo che bisogna essere delicati, bisogna pennellare. "fai come Deborah". Mi porto al cancelletto senza guardare nessunaltra, come ho sempre fatto. Mai guardare le altre, mai lasciare entrare il dubbio che per il solo fatto di osservare unazione altrui si genera e poi è impossibile disfarsene.

10 secondi...5,4,3...vado. "fai come Deborah". Leggera. Respira. Guarda avanti. Taglio il traguardo, cerco il tabellone con i tempi e vedo scritto 2. Davanti a me, la Campionessa del Mondo in carica. Dietro di me, la Vice Campionessa del Mondo, in carica anche lei, fino al momento in cui pochi giorni dopo farà meglio, e prenderà il Bronzo Olimpico.

Il mio giorno perfetto. Arrivare giù da quella pista, in notturna, con il pubblico Italiano, le interviste e tutto il resto ecco... mi ha dato le certezze che cercavo per me stessa. Serviva per potermi dire "tu hai fatto quello che doveva fare unatleta, hai fatto il tuo meglio e il tuo meglio vale questo podio qui". Ho avuto tanti dubbi prima, nessun altro dopo.

Molte persone non hanno mai avuto la fortuna di vivere la magia di una cosa del genere e invece a me è capitato e non cè giorno in cui, guardando le foto e la coppa io non sia grata per questo. Solo che nel momento in cui è successo, avevo la certezza di non aver finito il lavoro, sebbene lasciare lo snowboard era stata lunica cosa sensata visto che non cera verso di ottenere ciò che sarebbe stato giusto.

Sentivo di avere ancora troppe cose da dire per lasciare che una vita ordinaria in qualche modo le facesse sbiadire. Provavo ancora troppa emozione davanti a un Inno di Mameli e soprattutto restava ancora una cosa da fare, ed era troppo importante per permettere a un regolamento disatteso di impedirmelo. Dovevo ancora seguire un cartello con scritto ITALIA, come deciso in quel pomeriggio di agosto del 1982.

Restava da chiarire in che modo, ma come sempre nella mia vita, quando non so che strada prendere non ne imbocco una a caso, metto in atto una strategia attendista e aspetto che la vita mi mostri qualche segnale.

Dopo il tirocinio per labilitazione alla professione di Psicologo e relativo esame di stato, mi rendo conto che sentirmi chiamare Dottoressa ha un fascino nettamente inferiore a quello che esercita ancora la parola ATLETA.

Questo sono. Questo devo continuare ad essere. Più che altro, questo VOGLIO continuare ad essere.

Febbraio 2010. Dopo anni di immagini televisive che hanno incuriosito il mio cervello, decido che è giunto il momento di provare a vedere leffetto che fanno 45 km di sci di fondo, tecnica classica. Il punto è: vedere leffetto che fa, non vedere se ci riesco. Qualcosa dentro di me SA che ci riesco. Fortunatamente ho sempre avuto la sensibilità di riconoscere le cose giuste per me, sono sempre stata naturalmente attratta da quello che mi è in qualche modo affine.

Così mi presento, e dopo un inenarrabile casino iniziale, mi rendo conto che il passare dei km non impatta, al contrario, mi rende più sicura e più stabile emotivamente. Sento che lo stress si trasforma in euforia e che questa cosa qui che sto facendo è in qualche modo la MIA COSA. Sono di nuovo viva.

Il bello di essere vivi è che senti riaccendersi un fuoco prima sopito. Senti il desiderio accompagnato dal coraggio, avverti che ogni nuovo giorno non dovrà più lasciar posto a un altro giorno uguale ma dovrà fare la differenza. Quando sei vivo, VUOI che ogni minuto faccia la differenza, vuoi evolverti, vuoi poterti guardare attorno e vedere cose nuove laddove hai visto sempre le solite cose.

Essere vivi è uno stato mentale, e io mi sento viva quando ho un obiettivo.

Decido di chiedere consiglio al maestro di fondo e lui dopo avermi fatto fare 100m per valutare la mia situazione dice testualmente "se per te questo è andare piano, allora devi venire a correre con noi".

Correre io???? Non se ne parla nemmeno, sono qui per il fondo, febbraio 2010.

2 Maggio 2010, Nivolet Revard, Francia 26km, 3 posto SF 10 Maggio 2010, Maratona di Ginevra 42 km, 3.29 8 posto assoluto,4 SF

CORRERE IO????? CORRERO'

Il resto della mia storia è dappertutto. Su google, sulle mie pagine social, su questo sito nella sezione blog e in quella Risultati.

Ma la cosa che conta, quella che dà un senso a tutto, è che sono riuscita a seguirlo il cartello con scritto Italia.

Lho seguito insieme alla Nazionale 100 km su strada guidata dal tecnico Maurizio Riccitelli che ha avuto fiducia in me e mi ha convocata in una disciplina non mia ma dove ho fatto del mio meglio con il mio 8.11 di personale.

L'ho seguito insieme a Renato che dallinizio del viaggio (2011)veglia su ogni mio passo e si prende cura di praticamente ogni aspetto della mia attività di atleta e che, soprattutto, ha condiviso con me il SECONDO GIORNO MIGLIORE della mia vita: la storica vittoria UTMB 2018. Ma di questo non voglio parlare qui, sintetizzando. Vorrei che anche voi poteste condividere le mie emozioni senza perderne nemmeno una sfumatura. Ci sono cose, cose magiche, che devono restare intere, e per questo bisogna leggere tutto 😊